Archivio categoria: Turismo

Dove soggiornare

B&B Casa Paolo
via Ponte Borea 25/c
Tel. 095/646061
e-mail: antonellacampo@tiscalinet.it


B&B Le Quattro Stagioni
via G. Verga 10
Tel. 095/7766377


B&B Villa delle Vacanze
via Calandruccio 2
Tel. 328/3545345


Agriturismo Gelso Rosso
c.da Lavina
Tel. 095/642570


B&B  denominato Siri’s
Tel. 095/646567 – 3405576563
www.sirisbedandbreakfast.it
e-mail: siri-marieziegler@hotmail.com


Agriturismo Oasi del Fiumefreddo
Tel. 349/5428990
www.oasidelfiumefreddo.it
e-mail: info@oasidelfiumefreddo.it


B&B I Colori del Sole
via G. La Farina, 15
Tel. 095/642230
www.icoloridelsole.net
e-mail: info@icoloridelsole.net


B&B Villa Liliya
via Ponte Boria, n. 19/21
Tel. 095/649549


B&B La Fonte
via G. Marconi n. 72
Tel. 095/7765262
www.lafonte.info


Agriturismo La Terra dei Sogni
via CT-ME n. 14, C.da Gona
Tel. 095/641725 – 337881323 – 3403888635
www.laterradeisogni.com
e-mail: agriturismo@laterradeisogni.com


B&B La Camelia
via G. Marconi n. 66
www.beb-lacamelia.it
e-mail: info@beb-lacamelia.it


B&B Pegasus di Di Bella Michiele
via Badalà n° 17
T. 346/7042174


B&B Villa Zammataro
via Badalà n. 63


Albergo Hotel la Terra dei Sogni
c/da Gona via Catania – Messina n. 14
Tel. 095/641725-337881323 – 3403888635
www.laterradeisogni.com
e-mail: hotel@laterradeisogni.com
e-mail: hotel@laterradeisogni.com

Marina di Cottone

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Monumento ai Caduti

Omaggio del figlio al padre artista
Per i caduti di tutte le guerre, ancestralmente legati alla vita
monumento_ai_caduti_FiumefreddoAll’aeroporto di Linate, da lontano, scorgo mio padre con la sua borsa a tracolla avvicinarsi al nastro trasportatore per recuperare la valigia dopo il viaggio Catania Milano. Ci abbracciamo. Ha il fiocchetto giallo – mi dice – la valigia. E l’idea, chiedo? È qui – risponde, indicando come sempre con un dito la sua testa; mi fa capire che c’è e non è neppure tanto cattiva. Nella borsa ci sono le stecche, da lui stesso costruite, grandi e personalizzate con del fil di ferro contorto.
L’incarico avuto dal sindaco di Fiumefreddo per la realizzazione di un bronzo da dedicare a tutti i caduti delle guerre gli era piaciuta subito. La guerra, lui, l’aveva vissuta in prima linea subendo a vent’anni cinque anni di prigionia in giro per l’Europa ed avendo salvato la pelle, sapeva cosa significasse condizionare la propria esistenza ai vincoli precisi della morte, fisica o spirituale che fosse.
Era stato deciso di realizzare la scultura direttamente in fonderia e a Milano, per ottimizzare così tempi e costi oltre che energie.
L’idea dunque c’è. Si tratta di coagularla, racchiuderla nella creta per trasformarla successivamente in materia più resistente, coerentemente col principio della longevità, quasi a sfida e contrappasso, in antitesi di una precaria, inaccettabile morte, soprattutto a vent’anni.
Lo accompagno, un mattino di giugno, quando è già caldo a Milano, in fonderia. Il trespolo è pronto e pure la creta in due enormi contenitori con il supporto di quella che sarebbe stata l’opera; c’è anche “il formatore”, l’uomo che l’avrebbe aiutato a stenderla.
Il primo giorno è dedicato a imbastire l’ossatura dell’opera, l’armatura in ferro e in fil di ferro con le tante “stellette” che avrebbero imbrigliato un metro e ottanta di peso statuario.
Dal perno centrale, infatti, si dipartono queste “farfalle” che servono per incapsulare la creta. Vicino, lo sguardo quasi assenziente di una scultura in gesso di Padre Pio.
Intorno a papà, in fonderia, si muove un mondo d’arte. Lui, captato come un bambino, dai giochi, va in giro a far foto scordandosi pure che la sua opera è ancora tutta da realizzare.
Gli operai lavorano in maniera parcellizzata: alcuni sono adibiti alla cera, altri alla fusione interrando o sterrando blocchi di creta a copertura di sculture da fondere, altri dediti all’esecuzione di gessi o al cesello del bronzo; il Mariani, proprietario, patina.
In questa atmosfera le sculture, artisticamente di vario genere e il lavoro paiono essere a mio padre intensamente emotivanti. A sera, dopo aver scattato molte foto, credo abbia realizzato poco della sua.
L’indomani l’accompagno in macchina, come avevo fatto il giorno precedente. Si deve attraversare tutta la città, da sud a nord, in direzione del cimitero monumentale verso via Stilicone, là dov’è villa Simonetta che, nel quindicesimo secolo, fu palazzo nobiliare per principi. Lo lascio.
A sera, lo vedo scendere dal taxi, a S. Donato, È stanco, fiero, soddisfatto. Mi dice: è terminata. Credo scherzi e chiedo: terminata cosa? L’opera – mi risponde. Glielo faccio ripetere più volte e tuttavia, pur conoscendo la sua velocità nel modellare, resto incredulo. So che ha male al braccio destro e gli chiedo di questo. Mi risponde che aveva usato prevalentemente il sinistro, come se fosse cosa ovvia. Il giorno dopo decido di “bigiare” dal mio lavoro e non solo lo accompagno in fonderia, ma rimango tutto il giorno con lui.
In realtà quella sua idea platonica si era concretizzata e la scultura materializzata ormai, su di un trespolo, esplodeva in tre emaciate figure, due uomini ed una donna con in grembo due bimbi di cui uno sarebbe ancora dovuto nascere.
“Una resistenza non vinta, – mi dice con orgoglio -, ma che, alla luce della vita che nascerà, proietta oltre la soglia del male e del tempo, l’uomo”.
Vedo, per un attimo, la piazza di Fiumefreddo in cui sarebbe stata collocata l’opera, un bronzo simbolo e l’immortalità dell’arte proiettata verso l’uomo del terzo millennio.
Quell’idea che qualche giorno prima non riuscivo a scorgere, si era concretizzata. E così quanto prima la creta duttile e fragile, si sarebbe trasformata in gesso, cera persa, bronzo dorato al sole di Sicilia.
In realtà l’opera del giorno prima è abbondantemente sbozzata. Ci vuole ancora tutto il giorno, quel giorno, per finirla. Va su e giù dal trespolo, in continuazione, tanto che “l’aiuto” si mette dietro a mò di catena con le mani a protezione, su di una predella.
Stecca con forza, procedendo dall’alto verso il basso, sulle cinque figure che, lentamente ma sicuramente, si animano di maggior pathos.
Intorno, intanto, l’altra attività di fonderia, procede. Lo scultore Pomodoro ritocca la sezione sferica d’una sua opera in cera, con una piccola stecca. La cera rossa, stratificata sulla gialla, si stacca dal dorato colore del bronzo. Su trespoli, danzano esili figure femminili; stesa per terra, sezionata a metà, una pesante statua sotto la punzonatura attenta e martellante dell’operaio che, con tappi alle orecchie per non assordare, la leviga e salda pure.
Enormi tre colombe di Bodini, intanto, allargano le ali pronte a volare verso S. Donato, là dove, nel giorno dell’anniversario della morte di Mattei, 27 ottobre, sarebbero state collocate davanti all’etero palazzo verde di vetro dell’Agip. Bronzo scuro a dare il peso del cupo tempo del nord.
Pure Messina, il linguaglossese scultore aveva, in quel tempio della catarsi dell’arte, eseguito il cavallo di bronzo della Rai come descritto in “Poveri giorni”. Parte della sua produzione scultorea è ancora lì, in quel museo a cielo aperto.
L’espressione voluta da mio padre è realtà. Seduto a distanza di qualche metro, mentre il grande trespolo su cui è poggiata l’opera si fa girare, osserva la sua creatura. Fra le ultime steccate, c’è la firma in calce, ai piedi dell’uomo.
A sera gli operai lentamente escono dalla fonderia. Con la creta rimasta, stanco, crea ancora un bozzetto che lascia al proprietario. Il braccio è davvero dolente quando, a Linate, il Super 80 dell’Alitalia decolla verso sud scomparendo sulla mia testa.
Ripenso per un attimo all’opera realizzata, alle tre emaciate figure con gli occhi della morte, annichilite dall’opprimente peso della guerra ma strette dal bisogno di un futuro di pace che depongono sul bimbo, avvinghiato alle braccia e al seno della madre stanca: nascerà ancora da essa una vita a proiettare nel tempo i suoi sogni.
Fiumefreddo, in Sicilia, è ancor di più ancestralmente legata al terzo millennio.

Giovanni Incorpora

Palazzo Corvaja

palazzo-corvaja1In contrada Diana sorge un’ elegante residenza  del XVIII  secolo “Palazzo Corvaja” Questa contrada, attualmente appartenente al Comune di Fiumefreddo  di Sicilia, un tempo faceva parte  della baronia di Calatabiano.  I legami parentali  fra la famiglia Diana e le famiglie più in vista di Calatabiano alla fine del sec. XVII risultano molto articolati. A complicare  ulteriormente il sistema di alleanze familiari intervenne il terremoto   del 1693 che,  sconvolgendo alcuni  nuclei familiari, favorì nuovi legami che sostituissero quelli  tragicamente interrotti, o permise  ad altri  di inserirsi nella ristretta cerchia del gruppo dirigente.L’edificio presenta  un pittoresco prospetto serrato fra torricini pensili,  che chiude sul fondo una corte rettangolare entro magazzini, stalle e abitazione della servitù. Esso costituisce un esempio di villa – fattoria realizzata dai nobili del tempo per la villeggiatura e per il controllo dei latifondi e delle strutture produttive. Suggestivo è l’uso della pietra  lavica per le mostre di porte, balconi e finestre, i corpi scalari merlati e la  coloritura dei paramenti con forte tinte. Agli angoli del palazzotto, sorrette ognuna da tre mensole in pietra lavica, due garitte a pianta quadrata, coronata da cupole  emisferiche ed ingentilite da un cornicione con decorazioni in stucco, serrano ai lati la facciata. Dietro di esse  emergono due torrette  più grandi, anche’esse a pianta quadrata e coronate da una merlatura ghibellina che ha  un preciso valore simbolico oltre che funzionale. I due cortili e la recinzione del giardino dietro la casa, oltre a contribuire alla difesa, costituivano degli spazi esterni estremamente  articolati e differenziati per lo svolgimento delle più svariate attività. In  linea  di massima la corte chiusa davanti alla residenza  era riservata alle attività aziendali e familiari, mentre  nel cortile esterno si svolgevano  tutte le attività connesse al transito nella via pubblica.A lato del passaggio fra le due corti vi era lo “studio”: un locale  dove la famiglia Diana probabilmente  esplicava molti degli atti amministrativi relativi ai loro fondi ed ai feudi  amministrati per conto dei Gravina –Cruyllas.
palazzo-corvaja2Sul lato nord della corte esterna  con la facciata rivolta alla strada è collocata la Chiesa di San Vincenzo, che assolveva funzioni sia di Chiesa per la popolazione locale, sia di cappella privata della famiglia. Essa è dotata di due accessi: uno in facciata per il pubblico ed uno laterale, riservato probabilmente alla famiglia Diana che  durante le funzioni religiose doveva occupare i posti più vicini all’altare. All’interno  troviamo, oltre ai tre altari in marmi  di vari colori, il monumento funebre di Michele Diana, figlio di Francesco  Diana e Calì Angela, morto nel 1788 all’età di 2 anni e 10 mesi. Addossato al palazzotto, al pianterreno vi è il palmento, costruito nel 1694 dalla famiglia Bottari. Originariamente separata dalla residenza fortificata di Francesco Diana, la casa dei Bottari fu successivamente  unita a questa: il corpo centrale  fortificato venne così a perdere uno dei  suoi attributi difensivi conferitogli dal totale isolamento  da altre fabbriche. Dalla fine del ‘700 il complesso, abbandonato dai proprietari quale residenza, non subisce  ampliamenti  e modifiche sostanziali. Gli interventi più consistenti sono tutti della fine del secolo scorso  e dei primi anni del ‘900, quando alcuni locali  di servizio  attorno  alla corte  vengono ristrutturati. Fortunatamente la residenza fortificata si mantiene ancora pressoché integra; non altrettanto può dirsi invece di altre parti del complesso. In tempi recentissimi sono state asportate le pietre angolari del parapetto e del collo del pozzo, ancora visibili di F. Fcihera dell’inizio del secolo. A sud del cortile esterno alcuni dei vecchi fabbricati sono stati sostituiti da una squallida palazzina  <<moderna>>, mentre altri interventi hanno invece alterato una parte consistente dei fabbricati della corte interna che costituiscono un unico organismo architettonico con la residenza.

(Tratto da “Le residenze di campagna nel versante orientale dell’Etna” di Gaetano Palumbo con i contributi di Eugenio Magnano di San Lio)

Torre Rossa

Torrerossa2Nel patrimonio assai esiguo vantato dall’architettura funeraria a carattere monumentale nella Sicilia antica, un posto di rilievo va dato all’edificio turriforme di età romana che si conserva, in cattivo stato, ma con caratteri formali e costruttivi di notevole interesse, a poca distanza dall’abitato di Fiumefreddo.
Negata in buona parte alla vista, la cosiddetta Torre Rossa si erge in un terreno in lieve declivio piantato ad agrumeto, a ovest dell’abitato, prossimo all’omonimo e periferico quartiere che si dispone a ridosso della Statale 120. La costruzione ha forma di un blocco parallelepipedo la cui regolarità è assai compromessa da una secolare opera demolitoria che ha soprattutto corroso la parte inferiore, e deriva il suo nome dall’interessante parametro murario in mattoni di terracotta, la cui patina è ancora evidente malgrado i diversi depositi terrosi, le diffuse incrostazioni, l’azione degli agenti meteorici.
Attualmente la torre affiora da un lato (quello che guarda a est verso la costa) per un’altezza di circa otto metri; trovandosi esattamente allineata con un basso muretto di terrazzamento, sul quale inoltre è ospitato un moderno canale per la distribuzione dell’acqua d’irrigazione, risulta ulteriormente interrata sugli altri tre fronti di circa un metro. Sul fronte a valle, il notevole asporto distruttivo di muratura risulta compensato dalla tarda costruzione (XVII-XVIII secolo) di un muro di grossa sezione che ha avuto come scopo la chiusura della camera interna per usi contadini e la necessaria opera di consolidamento. In questo si apre un varco, in passato provvisto d’infisso ligneo, da cui si può ben vedere in basso il vano semiipogeo. Il prospetto Nord risulta alquanto regolare, con la maggior parte del paramento ben conservata; in basso, una trincea di scavo rivela l’esistenza di due gradini che ne profilano la base e che valgono dunque a stabilire l’antico piano di posa. I prospetti affacciati a oriente e mezzogiorno sono quelli che hanno maggiormente sofferto danni. Nel primo un muretto contadino chiude in parte la vasta breccia aperta sul sacello funerario, mentre la zona di coronamento rivela un crollo o, forse, i segni del tentativo di abbattimento. L’angolo e il conseguente quarto lato si dimostrano ampiamente disfatti avendo perso buona parte della sezione più esterna che chiudeva parte della rampa di scale ottenuta nello spessore murario. La tessitura dei mattoni che riveste l’esterno presenta un preciso, elegante ricorso di elementi in cotto alternati per spessore; nello zoccolo di base, notevolmente guastato, si osservano alcuni tratti dell’accurata esecuzione di modanature attraverso l’impiego di blocchi smussati, la particolare disposizione dei lembi rialzati di embrici, la giacitura di sottili mattoni variamente sporgenti.Torrerossa3
L’ambiente coperto che si trova interiormente è un vano pressoché quadrato (m. 2.65 x 2.70), con pavimento invaso da infiltrazioni e da crolli; su tre pareti si aprono coppie di nicchie rettangolari terminanti ad arco, in bella struttura a vista realizzata con precisi ricorsi di mattoni anche se notevolmente danneggiata e lacunosa. Tra le nicchie (columbaria), un tempo utilizzate per ospitare vasi o urne funerarie, si osservano piccoli incavi “a unghia” per l’alloggiamento di lucerne a olio. Poco più in alto si ha traccia di una cornice ottenuta col progressivo aggetto di laterizi sottili, e su di essa s’imposta la botta a volte, già anch’essa rivestita nell’intradosso con mattoni. La quarta parete non presenta incavi funerari, ma l’eloquente traccia di una scala di accesso; questa sale verso sinistra. Da qui una ripida rampa, dai gradini fortemente erosi o danneggiati, risale parallela al lato meridionale, coperta da una ragguardevole successione di voltine scalari; quindi dal pianerottolo terminale posto in corrispondenza dell’angolo, piega – risultando ormai a cielo aperto – fino a raggiungere il piano sommitale. In quest’ultimo segmento, meglio conservato, i gradini mostrano alzate formate da doppie file alternate di mattoni grossi e sottili, e pedate costituite da uno spessore di regolari blocchetti in arenaria. Dal “terrazzo”, coperto da uno spessore terroso che permette a piccoli cespugli di vegetare, e in cui sono scarsi avanzi di muri diroccati, si percepisce la considerevole altezza dell’edificio.

NOTIZIE STORICHE
Torrerossa1Delle origini e delle vicende della Torre Rossa, già poco familiare agli stessi ambienti scientifici, non si hanno documenti significativi. Per alcuni studiosi sarebbe da ritenere quella menzionata nel documento di età normanna relativo alla concessione all’abate Ansgerio della “vicina” chiesa di S. Giovanni da parte del vescovo Giacomo Mannuges (20 maggio 1103), documento confermato dal vescovo Roberto di Messina nel 1106. Non è comunque certo che si tratti del nostro edificio (per quanto nei pressi è stato individuato l’impianto di un antico edificio sacro conosciuto come ‘a crisiazza), anche per la testimonianza di altri scrittori, i quali per l’antica chiesa del Santo Precursore indicano un diverso sito, più vicino alla foce del fiume, ipotesi che meglio giustifica così la successiva assunzione del titolo da parte della più tarda chiesetta esistente presso il noto “Castello degli Schiavi”.
In età feudale se ne riscontra soltanto il riferimento toponomastico; Torrerossa costituisce la denominazione di un feudo e di un piccolo nucleo abitato variamente concessi ai diversi casati nobiliari insieme ad altri possedimenti.
Solo nel XVIII secolo si ha espressa menzione dell’edificio; Anton Giulio Filoteo degli Omodei la ricorda riferendo del “Fiume di Catanzaro, ovvero di Torrerossa per un’antica torre di mattoni, che vi è, ma rovinata”. Jean Houel che trovandosi a Fiumefreddo nel suo secondo viaggio nell’Isola (1776-79) per misurare l’altezza dell’Etna, visitò il monumento, rilevandolo e restituendoci una notevole “veduta prospettiva”, accompagnata da una ricca descrizione e personali considerazioni che si offrono quale preziosa, insostituibile testimonianza. Certo di trovarsi “nel luogo che fu altrimenti occupato dall’antica Naxos” egli ebbe modo di vedere intorno resti di edifici, muri, acquedotti e tombe sparse nella campagna “simili a piccole case voltate”. Egli disegno tra queste unicamente la Torre Rossa “è perché la struttura singolare mi è parso meritare questa attenzione”.
Lo studioso francese scrive: ”La maggior parte degli abitanti di questo luogo, molto mal popolato, si sono insediati sulle rovine degli antichi edifici. La tomba… è un’opera romana di bella esecuzione. E’ rappresentata qui molto degradata; sono i locali che ne hanno tolto i mattoni per frantumarli e farne della malta. E’ così che hanno trattato la maggior parte dei monumenti antichi”. Descrivendola puntualmente, ancora annota: “ Questa tomba sembra essere stata situata nella corte o nei giardini di un antico palazzo, di cui i resti dei muri sussistono ancora nei dintorni”.
La testimonianza dello studioso settecentesco, suffragata da recenti scavi, che hanno portato alla luce ambienti mosaicati di una villa romana, mettono giustamente in relazione la tomba con la ricca residenza suburbana di un latifondista, forse un cittadino di Tauromenium. La successiva utilizzazione quale torre ben si giustifica per lo stato di insicurezza del periodo medievale e dei secoli in cui la Sicilia fu sottoposta alla scorreria dei barbareschi, facendo declinare nel tempo la comprensione dell’originaria funzione.
Il tipo e la struttura del mausoleo, configurano un modello in cui non si conoscono eguali nella regione, anche se documenta in tutto l’Impero, dall’Italia, alla penisola iberica, all’Africa settentrionale e al Medio Oriente. La tecnica di costruzione, che si trova ampiamente diffusa nella zona nord-orientale dell’Isola tra il II e il III secolo (vedi a Taormina il Teatro antico, l’Odeon e la cosiddetta Naumachia, a Centuripe il grande ninfeo di “moda anatolica”, a Catania il relativo impiego del laterizio in alcuni edifici pubblici) si propone quale elemento che permette di datare la torre funeraria alla fine del II secolo d.C., insieme al fatto che dopo tale periodo fu progressivamente abbandonata la pratica della cremazione. La perizia e l’impiego della tecnica della muratura a sacco (emplecton) con paramenti ad opus testaceum, che implica l’esistenza di grandi fornaci per la copiosa domanda e produzione, fa pensare che al tempo esistessero nella zona maestranze di provata esperienza e cantieri ben attrezzati, capaci di una specializzata organizzazione del lavoro per l’edificazione di notevoli strutture, e certamente ben eruditi sul patrimonio di conoscenza che era del mondo in età imperiale.

(Tratto dalla rivista “PALEOKASTRO” n. 14 anno 2004).

La riserva naturale

Per informazioni  sulle visite contattare l’ufficio della riserva T. 095/4013625 –  Mail : riserve.naturali@provincia.ct.it

Giorni e orari di apertura della Riserva: tutti i giorni, esclusa la Domenica, dalle ore 8.30 alle ore 13.30 e dalle ore 15.00 alle ore 17.30.
Riserva

La riserva naturale orientata del fiume Fiumefreddo
Il “Fiume Fiumefreddo” rientra tra le riserve del Piano Regionale ed è stato istituto con Decreto dell’assessore Regionale del Territorio e dell’Ambiente n. 205 del 1984 ricadente fra i Comuni di Fiumefreddo e Calatabiano, e tipo logicamente individuato come Riserva Naturale Orientata al fine di consentire la “conservazione della flora acquatica ed il ripristino, lungo gli argini del fiume, della flora mediterranea.La Riserva si divide in zona A (zona integrale) che comprende le aste fluviali e le fasce limitrofe, e la zona B (pre – riserva) che comprende le zone acquitrinose e lacustri ed ampie aree in cui si pratica l’agricoltura. Resta esclusa dalla attuale perimetrazione, pur se di interesse ambientale, la foce del fiume: l’area protetta si interrompe nei pressi del ponte sula Regia Trazzera Riposto- Schisò (Marina di Cottone).
riserva_2L’ecosistema fluviale si caratterizza oltre che per le acque fluenti, per la presenza di abbondante vegetazione ripariale e sommersa fortemente specializzata. Sono presenti alcune specie rare, estremamente localizzate, laddove le condizioni dei vari fattori ecologici sono congeniali alle loro esigenze.
Una serie di ambienti ospitano specifici popolamenti vegetali: dalla vegetazione sommersa, a quella semisommersa, dai canneti a Cannucce di palude e Papiro ai boschi planiziali di Salice bianco e Pioppo bianco. In alcuni tratti del corso del fiume e presso la sorgente principale è presente un rigoglioso popolamento di papiro che rappresenta una delle maggiori attrattive della riserva.
Una così grande varietà di ambienti non può che essere condizione favorevole alla presenza di fauna soprattutto per quanto riguarda i popolamenti ornitici sia stanziali che di passo (Airone

riserva_3

cinerico, Tarabusino e vari Anatidi). Il canneto è il luogo ideale per nidificazione della Gallinella d’acqua e per i piccoli passeriformi come Usignolo e Cannaiola.
Tra gli anfibi e i rettili sono diffusi i Discoglosso, la Raganella, la Natrice dal collare. Non è raro vedere le sinuose anguille nuotare nella corrente.
Il percorso di visita proposto si diparte dall’antico mulino ad acqua, presso l’ingresso della Masseria Belfiore, utilizzato come centro visite.

Come raggiungerci

IN AUTOMOBILE:
Dall’autostrada A18 Catania-Messina-Siracusa, o dall’autostrada A20 Palermo-Messina, uscendo dallo svincolo di Fiumefreddo oppure transitando dalla Strada Statale 120 che collega Fiumefreddo ai paesi etnei quali Piedimonte Etneo, Linguaglossa, Randazzo e Bronte.

IN TRENO:
Da Catania con una percorrenza di 30 minuti circa, da Messina con una percorrenza di 70 minuti circa si arriva a Fiumefreddo con i treni regionali diretti

IN AEREO:
Arrivo all’Aeroporto Fontanarossa di Catania, proseguire con i mezzi pubblici (Treno, Bus, Taxi).